venerdì 18 dicembre 2009

L'Icona della Madre di Dio di Pochaev


Dal 17 al 24 dicembre 2009, a Milano, presso la parrocchia di S. Ambrogio, Chiesa ortodossa russa, sarà esposta alla venerazione dei fedeli l’Icona miracolosa della Beata Vergine Pochaevskaya, in occasione del 450° anniversario del suo trasferimento nella Lavra della Santa Dormizione a Pochayev, in Ucraina.
Domenica 20 dicembre alle ore 10.00, nel giorno della festa patronale di Sant’ Ambrogio di Milano, Sua Beatitudine Vladimir, Metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina, celebrerà la Divina Liturgia.

Fonte: Eleusa

domenica 13 dicembre 2009

LA PREGHIERA DI GESÙ NELLA SPIRITUALITÀ ESICASTA I

1. Le origini del metodo

2. La sobrietà spirituale e l’invocazione del nome di Gesù

3. Tecnica corporale

4. Conclusione

Da una trentina d’anni, numerose pubblicazioni[1] hanno rivelato agli Occidentali un metodo di vita spirituale familiare ai cristiani d’Oriente, il cui momento principale è dato dall’invocazione ripetuta incessantemente: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore!”.

Motivatamente parliamo di metodo di vita spirituale: perché la Preghiera di Gesù non può essere considerata una semplice orazione giaculatoria paragonabile a quelle raccomandate dalla pietà cattolica, anche se il metodo occidentale delle “aspirazioni” possa collegarsi allo stesso filone tradizionale risalente ai Padri del deserto. Ma la Preghiera di Gesù è inseparabile da una dottrina di vita spirituale che i cristiani bizantini e slavi considerano volentieri il cuore dell’ortodossia: l’esicasmo[2]. Perciò, se si vuole cogliere il significato e la portata dell’invocazione del Nome di Gesù nella spiritualità ortodossa, è indispensabile conoscere le grandi linee di questa dottrina.

1. Le origini del metodo

La via esicasta poggia su un doppio fondamento: la dottrina della deificazione dell’uomo in Cristo, così come formulata dai Padri della Chiesa greca, e l’insegnamento pratico dei Padri del deserto sulla custodia del cuore e la preghiera continua.

Messi di fronte alle eresie trinitarie e cristologiche, i grandi vescovi e i teologi dell’Oriente elaborarono una dottrina che non era puramente speculativa, ma coinvolgeva profondamente una concezione del destino spirituale dell’uomo. Come ripeteranno instancabilmente di fronte ai negatori della consustanzialità del Verbo o delle due nature di Cristo, se il Verbo non è Dio, l’uomo non può essere divinizzato; se una natura umana integrale non è stata unita “senza separazione né confusione” alla natura divina in Cristo, l’uomo non può più essere salvato e divinizzato. Divinizzazione che veniva concepita in maniera estremamente realistica, non indubbiamente come unione ipostatica di ogni persona umana con l’essenza divina, ma come una compenetrazione vitale dell’agire increato di Dio, alla guisa e nel prolungamento della deificazione della natura umana di Cristo.

Le controversie cristologiche, conducendo i Padri a mettere in luce il ruolo soteriologico della carne di Cristo, ebbero altre due conseguenze, invero connesse. Da una parte, il pensiero bizantino, di fronte alle tendenze spiritualiste che il cristianesimo alessandrino aveva ereditato dall’ellenismo, prese sempre più coscienza che ad essere salvato è l’uomo nella sua interezza: la deificazione non è riservata solo all’anima, ma si estende pure al corpo, come manifestato dallo splendore corporale di Cristo sul Tabor. D’altra parte, fu più vivamente percepita l’importanza dei segni sacramentali e liturgici, che estendono sino a noi l’azione deificatrice della carne di Cristo. Le catechesi battesimali dei Padri ci trasmettono i primi echi di quella mistica sacramentale, che resterà una delle costanti della spiritualità orientale.

Negli ambienti monastici dei primi tempi, la dottrina della deificazione dell’uomo era pure presente, ma vi appariva sotto una luce un po’ diversa. Si metteva meno l’accento sulle basi cristologiche e sacramentali che sull’aspetto esperienziale. Il santo monaco, l’abba del deserto, era un uomo deificato, pneumatoforo, attraverso il quale la presenza dello Spirito nella creatura si manifestava visibilmente; nel segreto della preghiera, egli faceva l’esperienza di quella Presenza che trasfigurava il suo essere. Ma questa esperienza deificante richiedeva innanzitutto lunghi combattimenti di ascesi, la vigilanza del cuore, l’assiduità della preghiera. Era facile la tentazione di confondere la divinizzazione del cristiano mediante la grazia con l’esperienza mistica, cioè con le sue contraffazioni sottili o grossolane; misconoscere anche il valore insostituibile dei sacramenti, i cui effetti non sono immediatamente percepibili, e riconoscere efficacia solo allo sforzo ascetico, o tecniche di preghiera che favoriscono una esaltazione mistica di bassa lega. Il colmo fu superato nelle cerchie monastiche toccate dall’eresia messaliana, nella quale l’autentica esperienza della dolcezza di Dio sfiorava le aberrazioni più pericolose.

Toccò al lavoro dei maestri spirituali del V secolo – precisamente un Marco l’Eremita e un Diadoco di Fotica – cernere il buon grano dalla zizzania e formulare una dottrina in cui l’ autentica esperienza mistica, distinta dalle sue immaginarie contraffazioni, veniva riconosciuta come l’effusione normale della grazia battesimale, ma dove la vita sacramentale e liturgica veniva collocata alla base di tutta l’opera della salvezza.

Marco l’Eremita scrive:

“Coloro che sono stati battezzati in Cristo hanno ricevuto misticamente la grazia, ma essa opera in loro nella misura in cui essi compiono i comandamenti… Chi è stato battezzato nella fede ortodossa ha ricevuto misticamente tutta la grazia. Ma ne ha la certezza soltanto dopo, praticando i comandamenti”.[3]

La “certezza” (pleroforia), l’ “opera” della grazia, indicano qui l’aspetto esperienziale della divinizzazione, il gusto di Dio e delle cose di Dio; la “pratica dei comandamenti” è secondo Evagrio il Pontico il termine tecnico per indicare l’insieme dello sforzo ascetico dell’uomo, la cooperazione della sua libertà all’opera della grazia. E Diadoco di Fotica, utilizzando la distinzione frequente nei Padri tra l’ “immagine” e la “rassomiglianza” di Dio nell’uomo, descrive così i due tempi della divinizzazione:

“Col battesimo della rigenerazione, la santa grazia ci conferisce due beni, uno dei quali supera infinitamente l’altro. Essa ci elargisce il primo immediatamente; infatti ci rinnova nell’acqua stessa e fa brillare tutti i lineamenti dell’anima, cioè l’immagine di Dio, cancellando in noi ogni traccia del peccato. Quanto all’altro, per produrlo essa attende il nostro contributo, quella è la rassomiglianza. Quando dunque l’intelletto, in un sentimento profondo, avrà cominciato a gustare la bontà dello Spirito Santo, dobbiamo sapere che allora la grazia comincia a dipingere, per così dire, la somiglianza sopra l’immagine… così dunque, giorno dopo giorno, il nostro uomo interiore si rinnova nel gusto della carità, e trova nella perfezione di essa la sua pienezza”.[4]

Nel quadro di questa dottrina ha il suo posto la Preghiera di Gesù: il mezzo, privilegiato da tutta la tradizione esicasta, di prendere coscienza della presenza di Cristo che abita nei nostri cuori sin dal battesimo; per mezzo suo si compirà la “pratica dei comandamenti”.


Placide Deseille

venerdì 11 dicembre 2009

L'aiuto che la Chiesa ortodossa russa può dare all'Europa di Hilarion Alfeyev, arcivescovo di Volokolamsk

Introduzione a: Joseph Ratzinger/Benedetto XVI, "Europa, patria spirituale", Mosca/Roma, 2009


Viaggiando in Europa, specialmente nei paesi tradizionalmente protestanti, mi stupisco sempre nel vedere non poche chiese abbandonate dalle loro congregazioni, specie quelle trasformate in pub, in club, negozi, o in luoghi di attività profana di altro genere ancora. Vi è qualcosa di profondamente deplorevole in questo triste spettacolo. Io vengo da un paese nel quale per molti decenni le chiese vennero utilizzate per scopi irreligiosi. Tanti luoghi di culto furono completamente distrutti, altri convertiti in "musei di ateismo", e altri ancora riadattati per destinarli a istituzioni secolari. Fu questo uno dei tratti del così detto "ateismo militante" che ha dominato per settant'anni nel mio paese e crollò solo in epoca piuttosto recente. Ma in Europa occidentale, quale è la causa di fenomeni simili? Perché lo spazio della religione all'interno della società occidentale si è ridotto in modo tanto rilevante nei decenni recenti? Come mai la religione ha sempre meno spazio nella sfera pubblica? E ancora: perché questa contrazione nella presenza religiosa in Europa è coincisa con i processi di consolidamento a livello politico, finanziario, economico e sociale? [...]

All'indomani della seconda guerra mondiale, quando l'Europa era in macerie, divenne evidente la necessità di una solidarietà paneuropea, e non solo per la sopravvivenza del continente, ma del mondo intero. [...] Anche la presenza di un "grande fratello" dietro la cortina di ferro spingeva l'Occidente a operarsi per l'integrazione e l'unificazione.

In principio questo processo ebbe dimensioni solo economiche, militari e politiche. E tuttavia, col passare del tempo l'esigenza di uno spazio culturale comune, di un'unica civiltà europea, divenne sempre più acuta. Si ritenne così necessario sviluppare una nuova, universale ideologia che, riducendo le tensioni ideologiche e religiose che esistevano tra i diversi popoli, avrebbe potuto assicurare la tranquilla coesistenza tra le varie culture nella rete di in un'unica civiltà europea.

Per creare un'ideologia di così ampia portata, era necessario ridurre tutte le tradizioni culturali, ideologiche e religiose d'Europa a un denominatore comune. Il ruolo di tale denominatore fu assunto dall'umanesimo occidentale post-cristiano, i cui principi essenziali furono formulati nell'epoca dell'Illuminismo e "testati" durante la Rivoluzione francese.

Il modello di una nuova Europa basata su questa ideologia presuppone l'edificazione di una società dichiaratamente secolarista, nella quale la religione può avere spazio unicamente nella sfera privata. In conformità a questo modello secolarizzato, la religione deve essere separata sia dallo Stato che dalla società: non deve avere alcuna influenza sullo sviluppo sociale, né interferire nella vita politica. Un tale modello non solo riduce a zero la dimensione sociale di ogni religione ma costituisce una sfida per la vocazione missionaria di tante comunità religiose. Per le Chiese cristiane, questo modello rappresenta un'autentica intimidazione perché mina la loro possibilità di predicare il Vangelo a "tutte le nazioni", di annunciare Cristo al mondo. [...]

Nell'Unione Sovietica la religione fu perseguitata per settant'anni. Vi furono diverse ondate di persecuzione, e ognuna ebbe un suo particolare carattere. Negli ultimi anni Venti e negli anni Trenta, le persecuzioni furono più crudeli. Gran parte del clero fu messa a morte; tutti i monasteri, le scuole teologiche e la maggioranza delle chiese furono chiuse. Un periodo meno brutale seguì alla fine della seconda guerra mondiale, quando alcuni monasteri furono riaperti insieme a qualche scuola. Negli anni Sessanta, ebbe inizio una nuova ondata di severe persecuzioni, che mirava al totale annientamento della religione che avrebbe dovuto compiersi entro l'inizio degli anni Ottanta.

A metà degli anni Ottanta, però, la Chiesa non solo era ancora viva ma, di fatto, per quanto lentamente, essa stava crescendo. [...] Una cosa, tuttavia, non mutò mai: il divieto comminato alla religione di uscire da quel ghetto nel quale era stata confinata dal regime ateo. [...]

Ora, i processi che attualmente hanno luogo in Europa hanno qualche somiglianza con quelli nell'Unione Sovietica. Per la religione, il secolarismo militante è tanto pericoloso quanto lo fu l'ateismo militante. Tendono entrambi a escludere la religione dalla sfera pubblica e politica, relegandola in un ghetto, confinandola nell'ambito della devozione privata. Le regole non scritte di "political correctness" vengono sempre più spesso applicate alle istituzioni religiose. In tanti casi ciò implica il fatto che i credenti non possono più esprimere le loro convinzioni apertamente, in quanto l'esprimere pubblicamente la propria convinzione religiosa potrebbe essere considerata una violazione dei diritti di coloro che non la condividono. [...]

I risultati di questa politica sono evidenti. In alcuni paesi, specialmente quelli che non sono a maggioranza cattolica od ortodossa, le maestose cattedrali che sino qualche decennio fa contenevano migliaia di fedeli in preghiera sono semivuote; i seminari teologici chiudono per mancanza di vocazioni; le comunità religiose non si rinnovano; le proprietà delle Chiese sono vendute; i luoghi di culto trasformati in centri per attività mondane. Ancora una volta è innegabile che in tanti casi sono le Chiese stesse responsabili della situazione, ma l'effetto distruttivo del secolarismo non va sottovalutato. La religione è realmente espulsa dalla sfera pubblica, sempre più marginalizzata dalla società secolarizzata. E questo nonostante il fatto che in tutto l'Occidente e in Europa in particolare la maggior parte della gente creda ancora in Dio. [...]

La Chiesa ortodossa russa, con la sua esperienza unica di sopravvivenza alle più dure persecuzioni, alla lotta contro l'ateismo militante, riemergendo dal ghetto allorché la situazione politica cambiava, recuperando il proprio posto nella società e ridefinendo le proprie responsabilità sociali, può dunque essere d'aiuto all'Europa [...]. La Russia e le altre repubbliche dell'ex-Unione Sovietica, diversamente da tanti paesi dell'Europa occidentale, stanno vivendo un periodo di rinascita religiosa: milioni di persone tornano a Dio; ovunque si costruiscono chiese e monasteri. La Chiesa ortodossa russa, che indubbiamente oggi è una tra le Chiese al mondo che crescono più rapidamente, non ha penuria di vocazioni: al contrario, migliaia di giovani entrano nelle sue scuole teologiche per consacrare la loro vita a Dio. [...]

"Le fondamenta della dottrina sociale della Chiesa ortodossa russa", documento adottato dal concilio dei vescovi del 2000, è la prova scritta del fatto che questa Chiesa [...] ha un potenziale intellettuale tale da essere in grado di dare risposte equilibrate e comprensibili. Una volta letto questo documento, che è il primo testo di questo genere nell'intera storia della cristianità ortodossa, ciascuno vede che esso appartiene a una Chiesa che non vive più in un ghetto, ma si trova piuttosto nel pieno delle proprie forze. Danneggiata pesantemente dall'ateismo militante, questa Chiesa non è stata mai distrutta. Al contrario, è uscita dalla esperienza di fuoco della persecuzione rinnovata e ringiovanita. Discesa agl'inferi e risorta dai morti, questa Chiesa ha davvero molto da dire al mondo. [...]

Per la Chiesa ortodossa russa, non vi può essere un unico modello ideologico, né un singolo sistema di valori spirituali e morali da imporre indiscriminatamente a tutti i paesi europei. La Chiesa ortodossa russa auspica un'Europa basata sul pluralismo autentico, un'Europa nella quale la diversità di tradizioni culturali, spirituali e religiose sia pienamente rappresentata. Questa pluralità di tradizioni deve essere riflessa in ogni documento legislativo e rispettata da ogni tribunale nelle sue sentenze. Se le leggi e se quelle sentenze sono basate esclusivamente sui principi radicati nell'umanesimo secolarista occidentale – con la sua particolare concezione di pace, tolleranza, libertà, giustizia, rispetto per i diritti umani, e così via – esse rischiano di non essere accettate da una larga parte della popolazione europea, e in particolare da quelli che, in virtù della loro appartenenza a una tradizione religiosa, hanno una visione diversa di quegli stessi principi. [...]

La dittatura totalitaria di un tempo non deve essere sostituita da una nuova dittatura di meccanismi governativi paneuropei. [...] Per la Chiesa ortodossa russa, ogni Stato deve avere il diritto di legiferare come crede su quello che riguarda lo stato matrimoniale e quello familiare, sulle questioni di bioetica, sui modelli educativi. I paesi di tradizione ortodossa, ad esempio, non accettano leggi che legalizzano l'eutanasia, i matrimoni omosessuali, il traffico di droga, il mantenimento dei bordelli, la pornografia, e così via.

Inoltre, crediamo che ogni paese debba avere il diritto di sviluppare il proprio modello circa il rapporto tra Stato e Chiesa. La legislazione che si limita unicamente a garantire ai cittadini il diritto alla libertà religiosa crea, nei fatti, le condizioni per una concorrenza selvaggia tra religioni e confessioni. Dobbiamo invece creare insieme le condizioni per le quali le libertà democratiche di un individuo, compreso il suo diritto all'autodeterminazione religiosa, non si scontrino con i diritti delle comunità nazionali a preservare la propria integrità, la fedeltà alle proprie tradizioni, etica sociale e religione. Sono elementi di particolare rilievo specialmente quando si tratta di creare una normativa relativa ai movimenti di carattere religioso distruttivi ed estremisti, come pure quando si acquisiscono le prove di violazione della libertà religiosa da parte di religioni tradizionali, la cui espansione dentro alcune parti d'Europa minaccia l'ordine pubblico e sociale. [...]

Ove non si dovesse dare alcuna garanzia alle comunità religiose, collisioni e scontri tra le istituzioni religiose da un lato e mondo secolarizzato dall'altro, saranno inevitabili. Questi scontri potranno avere luogo a vari livelli e in rapporto a varie questioni, ma non è difficile prevedere che, nella maggior parte dei casi, verteranno su temi attinenti alla morale, che le comunità religiose da un lato e la società moderna dall'altro intendono in modo diverso. Vi è già un divario abbastanza lampante tra il sistema di valori esistente nelle religioni tradizionali e quello che è caratteristico del mondo secolarizzato.

"Le fondamenta della dottrina sociale" non è un manuale a uso privato: è un documento pubblico nel quale la Chiesa ortodossa russa esprime le sue posizioni ufficiali apertamente ed esplicitamente. Il linguaggio del documento differisce da quello della società secolarizzata: la nozione del peccato, ad esempio, è praticamente assente dal vocabolario del secolarismo. Tuttavia, la Chiesa ritiene di avere il pieno diritto di esprimere le sue posizioni pubblicamente, non solo quando concordano con le opinioni generalmente accettate, ma anche quando discordano.

Vi sono tante posizioni articolate nelle "Fondamenta della dottrina sociale della Chiesa ortodossa russa" che potrebbero non corrispondere agli standard del secolarismo. Per esempio, la Chiesa considera l'aborto "un peccato grave", uguale all'omicidio, e dichiara che "dal momento del concepimento qualunque intervento contro la vita del futuro essere umano è criminale". La Chiesa respinge anche, come "contro natura e moralmente inammissibile", la cosiddetta "maternità surrogata", insieme a ogni forma d'inseminazione extracorporea. La clonazione umana è ritenuta una "sfida inequivocabile alla natura stessa dell'essere umano e all'immagine di Dio in essa impressa, di cui fanno parte integrante la libertà e l'unicità della persona". La terapia che fa uso del feto è considerata "assolutamente inammissibile". L'eutanasia è condannata quale "forma di omicidio o di suicidio". Cambiare sesso è considerato una "ribellione contro il Creatore" che la Chiesa non ammette: se si presentasse per ricevere il battesimo qualcuno di sesso diverso da quello originario, egli sarebbe battezzato secondo il "sesso al quale appartiene al momento della nascita". [...]

Alle Chiese deve essere riconosciuto il diritto di seguire le proprie tradizioni canoniche, preferendole alla legge secolarizzata nei casi in cui si verificassero sovrapposizioni, oppure un evidente contrasto. Secondo la dottrina sociale della Chiesa ortodossa russa, "quando la legge umana rigetta completamente la norma divina che ha valore assoluto, rimpiazzandola con una contraria, allora quest'ultima cessa di essere legge e diventa illegale, quali che siano le vesti giuridiche di cui si ammanta".

Quindi, "in tutto ciò che concerne l'ordine esclusivamente terreno delle cose, il cristiano ortodosso deve obbedire alla legge, per quanto imperfetta e sfavorevole essa sia. E tuttavia, qualora il rispetto della legge minaccia la sua salvezza eterna e comporta l'apostasia o l'obbligo di commettere un peccato agli occhi di Dio e del prossimo, il cristiano è chiamato a professare con audacia la propria fede, per l'amore di Dio e della sua verità e per la salvezza della propria anima, per la vita eterna. Dovrà denunciare con mezzi legali la chiara violazione commessa dalla società o dallo Stato contro le leggi e i comandamenti di Dio. E se tale atto dovesse rivelarsi impossibile o inefficace, allora egli dovrà passare alla disobbedienza civile". (IV, 9)

Ovviamente, la disobbedienza alla legge civile è una misura estrema, che una Chiesa particolare può adottare in circostanze eccezionali. È tuttavia una possibilità che non bisogna escludere a priori, nel caso che un sistema di valori secolarizzati divenisse l'unico operante in Europa. [...]

Io credo che la solidarietà tra cristiani europei debba divenire sempre più manifesta man mano che progredisce il processo di definizione di un comune sistema di valori europeo. Sarà soltanto insieme che i cristiani, con i rappresentanti delle altre religioni tradizionali in Europa, saranno in grado di salvaguardare la propria identità, combattere il secolarismo militante e affrontare le altre sfide della modernità. La Chiesa ortodossa russa è pronta a collaborare a livello interconfessionale, a livello interreligioso, come a livello politico, a livello sociale e a tutti gli altri livelli con tutti coloro che non sono indifferenti alla futura identità d'Europa, con tutti coloro che credono che i tradizionali valori religiosi sono parte integrante di tale identità.

Vorrei infine commentare la recente sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo contro l'Italia, vale a dire il divieto dell'esposizione dei crocefissi nelle scuole italiane. Questa sentenza va contro il diritto di ciascuno Stato a preservare le proprie tradizioni e la propria identità, offende perciò l'inviolabile principio dell'autentico pluralismo delle tradizioni. È una manifestazione inaccettabile di secolarismo militante. L'attività della Corte europea non deve capovolgersi in cinica farsa. L'atteggiamento ultraliberista che ha prevalso nell'adozione di quella decisione non deve dominare in Europa. Le fonti dell'Europa sono cristiane. Il crocefisso è un simbolo universale, ed è assolutamente inammissibile che, per assecondare gli standard ultraliberisti e ateistici, si privi l'Europa e le sue istituzioni sociali dei simboli che per tanti secoli hanno formato e unito le persone. Il crocefisso non è simbolo di violenza, ma di conciliazione. Penso che in tutti questi ambiti possiamo collaborare con la Chiesa cattolica difendendo la tradizione cristiana nei confronti del secolarismo militante e del liberismo aggressivo.

In tale quadro, vorrei in conclusione porre la domanda seguente: stiamo noi costruendo un'Europa completamente atea e secolarista, dove Dio è espulso dalla società e la religione spinta nel ghetto del privato, oppure la nuova Europa sarà vera casa delle religioni diverse, diventando così autenticamente inclusiva e pluralista? Credo sia questa la domanda che le Chiese in Europa e le comunità religiose devono porre, una domanda alla quale i politici hanno il dovere di rispondere. È attorno a questa domanda che il dialogo tra le comunità religiose e le istituzioni politiche europee dovrebbe incentrarsi


Il testo quasi integrale dell'introduzione dell'arcivescovo Hilarion al libro di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI "Europa, patria spirituale" è stato riprodotto il 2 dicembre da "L'Osservatore Romano":

lunedì 7 dicembre 2009

Sant'Ambrogio

Ambrogio non era nato a Milano, ma a Treviri, nella Gallia, verso il 339. Era figlio di un funzionario romano in servizio al di là delle Alpi, e dopo la morte del padre la famiglia rientrò a Roma. Ambrogio studiò diritto e retorica, e intraprese la carriera giuridica.
Si trovava a Milano, quando il Vescovo morì, e da buon funzionario imperiale, cercò che fossero evitati quei disordini spesso provocati dalle tumultuose elezioni ecclesiastiche. Parlò con senno e fermezza nelle adunanze dei fedeli, perché tutto fosse fatto secondo coscienza e nel rispetto della libertà. Fu in seguito a questi suoi giudiziosi discorsi che dall'assemblea si alzò un grido: " Ambrogio Vescovo! ".
Ambrogio, che si trovava in quell'assemblea come funzionario imperiale, non era neppure battezzato, essendo soltanto catecumeno. Sorpreso e anche spaventato, proclamò dunque la sua indegnità; si professò peccatore, tentò perfino di fuggire. Tutto fu inutile.
Ricevette così il Battesimo, e, subito dopo, la consacrazione episcopale. " Tolto dai tribunali e dall'amministrazione pubblica - dirà il nuovo Vescovo - per passare all'episcopato, ho dovuto cominciare a insegnare quello che non avevo mai imparato ". Si diede perciò alla lettura dei Libri sacri, poi studiò i Padri della Chiesa e i Dottori, tra i quali sarebbe stato incluso anche lui, insieme con un giovane retore che, dopo dieci anni, egli stesso avrebbe battezzato: Agostino da Tagaste. L'opera di Ambrogio fu così vasta, profonda e importante, che difficilmente può essere riassunta. Basti dire che fu considerato quasi un secondo Papa, in un'epoca nella quale certo non mancarono alla Chiesa grandi figure di Vescovi.
Ma Sant'Ambrogio appariva più alto di tutti per la sua opera apostolica, benché fosse piccolo e delicato nel fisico quant'era grande nello spirito.
Egli, che veniva dalla carriera dei dignitari imperiali, sostenne dinanzi all'Imperatore, non solo i diritti della Chiesa, ma l'autorità dei suoi pastori. " Sono i Vescovi che devono giudicare i laici, e non il contrario " diceva, e tra i laici metteva, per primo, l'imperatore.
Un'altra massima dell'ex funzionario imperiale era questa: " L'Imperatore è nella Chiesa, non al disopra della Chiesa ". E le contingenze portarono Sant'Ambrogio ad applicare tale massima nei riguardi del grande e intollerante Imperatore Teodosio.
Quando Teodosio, in seguito all'uccisione del comandante del presidio di Tessalonica, fece trucidare - almeno così si disse - 7000 abitanti innocenti, il Vescovo non solo gli rimproverò il massacro, ma gl'impose una pubblica penitenza. Teodosio cercò di resistere. Infine cedé. Nuovo David, fece penitenza dall'ottobre al Natale.
L'iconografia ambrosiana si è compiaciuta di rappresentare Sant'Ambrogio che scaccia dalla soglia della cattedrale l'Imperatore pubblico peccatore: in realtà l'azione del Vescovo si svolse tramite lettere e intermediari, ma il gesto resta ugualmente significativo, per indicare che né corona né scettro esonerano l'uomo dalla legge morale, uguale per tutti, e di cui sono giudici autorevoli soltanto i ministri di Dio e i pastori di anime.

domenica 6 dicembre 2009

San Nicola

APOLYTIKION. TONO 4

Regola di fede, immagine di mitezza,* maestro di continenza:* così ti ha mostrato al tuo gregge* la verità dei fatti.* per questo, con umiltà,* hai acquisito ciò che è elevato;* con la povertà, la ricchezza,* o padre e pontefice Nicola:* intercedi presso il Cristo Dio,* per la salvezza delle nostre anime.

lunedì 30 novembre 2009

Sant'Andrea

Abbandonata la pesca dei pesci, o apostolo, hai presso nella rete gli uomini, con la canna dell'annuncio, calando come amo l'esca della pietà, e traendo dall'abisso dell'inganno tutte le genti. O apostolo Andrea fratello del corifeo e penetrante maestro di tutta la terra, non cessare di intercedere per noi che con fede e amore, o degno di ogni lode, onoriamo la tua memoria sempre venerabile.

AUGURI SENTITI ALLA SANTA CHIESA DI COSTANTINOPOLI NEL GIORNO DEL SUO SANTO PATRONO!!

domenica 29 novembre 2009

Un tributo al Patriarca Pavle di Serbia (1914 -2009)

Domenica 15 novembre 2009, presso l'ospedale militare di Belgrado, è deceduto all'età di 95 anni il patriarca Pavle (Paolo), quarantaquattresimo patriarca della Chiesa ortodossa serba, o, per usare il suo titolo completo, "Sua Santità Pavle, Arcivescovo di Pec, Metropolita di Belgrado e Karlovci e Patriarca dei Serbi".
Capo spirituale degli ortodossi serbi dal 1990 alla sua morte, il patriarca Pavle è la figura più amata di tutto il popolo serbo contemporaneo. Era il più anziano tra i capi delle chiese ortodosse locali: nell'ottobre del 2008 (dopo 11 mesi passati in ospedale) aveva chiesto di poter dare le dimissioni, ma un mese dopo il Santo Sinodo della Chiesa serba lo riconfermò patriarca a vita.
Per capire le ragioni di questo gesto di rispetto e di stima, ripercorriamo la sua biografia. Nato da una famiglia di contadini nel 1914 nel villaggio di Kucanci in Slavonia (allora nell'Impero austro-ungarico, oggi in Croazia), il suo nome al secolo era Gojko Stojcevic. Rimasto orfano dei genitori all'età di 4 anni, fu allevato da una zia e avviato a studi di liceo e di medicina (a Belgrado) e di seminario (a Sarajevo). Durante la seconda guerra mondiale visse come profugo al monastero dell'Annunciazione a Ovcar. Dopo la guerra lavorò alla ricostruzione di Belgrado, e fu tonsurato monaco a Ovcar con il nome dell'apostolo Paolo (per cui aveva una particolare venerazione, e di cui citava spesso le opere). Servì come diacono a Ovcar e quindi al monastero di Raca tra il 1949 e il 1955.
Nel 1955 fu ordinato prete, e tra il 1955 e il 1957 fece studi dottorali di teologia ad Atene. Al ritorno dalla Grecia, fu eletto vescovo di Ras e Prizren (la diocesi che include tutto il Kosovo). Nella migliore tradizione monastica cristiana, fuggì dall'episcopato, e ci volle tutta l'autorità dei suoi superiori monastici a convincerlo a farsi consacrare vescovo. Sarebbe rimasto in carica per 33 anni, fino all'elezione a patriarca.
Nella diocesi di Ras e Prizren il vescovo Pavle si adoperò per la costruzione di numerose chiese e per la ricostruzione di quelle più antiche, scrisse libri di liturgia e insegnò musica ecclesiastica e lingua slavonica al seminario di Prizren. Molto del suo tempo fu passato a viaggiare e a incontrare la popolazione della sua diocesi, a piedi o con mezzi pubblici, spesso schernito come simbolo dei serbi del Kosovo, e talvolta fatto oggetto di insulti e percosse. Quando gli fu chiesto perché non aveva un'automobile (tutti i suoi confratelli vescovi ne avevano una per viaggiare nelle loro diocesi), rispose: "non ne comprerò una finché ogni famiglia albanese e serba in Kosovo e Metohija avrà un'automobile."
Dopo 33 anni passati in Kosovo il vescovo Pavle fu eletto nel 1990 come successore del patriarca German e si trasferì a Belgrado, proprio nei giorni della vittoria elettorale del Partito Socialista Serbo di Slobodan Milosevic. Le relazioni tra il nuovo governo e la chiesa, all'inizio buone, si deteriorarono a causa delle guerre yugoslave. Dopo anni passati a mediare tra le richieste delle popolazioni serbe minacciate e le rivendicazioni dell'opposizione politica, il patriarca stesso fu tra i promotori delle manifestazioni antigovernative del gennaio 1997. Chi ama ripetere il luogo comune delle chiese ortodosse asservite ai poteri politici locali dovrebbe considerare il caso della Chiesa serba, che non ebbe estazioni a schierarsi (con il proprio patriarca in mezzo alle piazze) contro le politiche di violazioni di diritti umani.
Nei rapporti interecclesiali, il patriarca Pavle è noto per avere risolto lo scisma interno con la Chiesa serba libera (nata all'estero in opposizione al regime comunista), anni prima che la Chiesa russa risolvesse il proprio analogo scisma interno. Allo stesso modo il patriarca si è sforzato di guarire lo scisma con la Chiesa Ortodossa Macedone.
Nel 2007, quando le sue condizioni di salute si sono aggravate, il patriarca è stato ricoverato in clinica, e il Santo Sinodo ha eletto il metropolita Amfilohije (Radovic) del Montenegro e del Litorale come luogotenente patriarcale. Lo stesso metropolita Amfilohije è nominato come reggente del trono patriarcale fino all'elezione del nuovo patriarca.
La vita del patriarca Pavle è un autentico florilegio di eventi e insegnamenti, che verosimilmente saranno messi per iscritto e diffusi in futuro. Noi stessi ne abbiamo ascoltati molti, da parte dei collaboratori del patriarca, e tutti testimoniano la vita di un cristiano esemplare.
Spesso il patriarca è stato chiamato il "santo che cammina", a causa del suo rifiuto non solo di possedere un'automobile, ma spesso anche di essere trasportato in auto. Memorabile il suo trasferimento in metropolitana al centro di Mosca per le celebrazioni giubilari del 2000. L'immagine di un patriarca ottantaseienne che congeda l'auto messa a sua disposizione dal Patriarca Alessio - e si avvia in metropolitana con il suo sacco sulle spalle - può sembrare comica o addirittura estremista, ma mostra un cristiano che ha saputo passare nella sua vita dalla miseria ai trionfi, e non è rimasto schiavo di nessuno dei due.
Lo stile della semplicità non copriva il solo campo dei trasporti, ma si estendeva a ogni aspetto della vita del patriarca. Da vero monaco, il suo stile di vita era sobrio, laborioso e senza pretese: una vera rivoluzione "dall'interno", nei palazzi del potere. L'imbarazzo provato dagli ospiti che egli stesso serviva a tavola sottolineava la grande distanza tra le regole sociali e la carità evangelica.
Ho incontrato il patriarca Pavle una sola volta nella mia vita, il 18 novembre 2004, in una Belgrado che con fatica si riprendeva dalle ferite di una guerra tanto spietata quanto inutile. Circondato da poche persone (per lo più donne anziane, semplici, modello di quel popolo che amava), il patriarca stava celebrando la Divina Liturgia quotidiana, non nella cappella patriarcale (allora in restauro), ma in una sala utilizzata temporaneamente per le funzioni. Davanti a un semplice tavolo usato come altare, con un paio di icone e qualche candela come tutta atmosfera di culto, il patriarca Pavle stava sereno come qualsiasi giovane sacerdote che pieno di speranza compie le prime celebrazioni per una parrocchia in via di costruzione. Raramente in vita mia ho sentito così vicina la forza della fede cristiana. Al termine ho avuto appena il tempo per chiedere una breve benedizione a sua Santità, che dopo una parola di incoraggiamento per un ospite venuto dall'Italia, ha dovuto correre a una riunione del Santo Sinodo. Porterò sempre con me quella benedizione e quell'incoraggiamento, nel ricordo di una persona che ha saputo far risplendere in sé la vita di Cristo.
igumeno Ambrogio - Torino